Donald Trump è il nuovo presidente degli Stati Uniti, una notizia impossibile da ignorare o da guardare senza attenzione, per cui vorrei qui provare a considerarla dal punto di vista di questa rubrica, che parla di famiglia e di educazione.

Eleggere un presidente che in campagna elettorale non ha fatto altro che insultare e umiliare i più deboli, le categorie più svantaggiate (immigrati, disabili, donne) non può essere una buona notizia, ma certo ci dice qualcosa del popolo che lo ha eletto, un popolo così vicino al nostro, anzi si può  dire la nostra fonte di ispirazione.

Allora cos’è successo? I commenti e le interpretazioni si sprecano: sono le élite che hanno perso il contatto con la “pancia” del Paese, anche se una vita più elitaria di quella di Trump è difficile da immaginare; è la rivincita dell’uomo medio bianco, schiacciato dalla crisi economica e dalla perdita di spazio anche in famiglia dovuta all’emancipazione femminile, sicuramente vero, però lo hanno votato anche le donne… insomma tutte analisi giuste ma che non scrutano al fondo di questo voto, che è ancora più scuro e spaventoso di quanto vorremmo pensare. Al fondo al fondo c’è, io credo, un problema eminentemente educativo e relazionale.Come scriveva ieri sulla sua pagina facebook Riccarda Zezza (fondatrice di Maam – la maternità è un master): “Non possiamo ignorare che oggi votano le persone che un paese ha cresciuto.Le ha mandate a scuola, le ha nutrite di immagini pubblicitarie e telefilm, le ha educate ad alcuni valori e sogni.Le persone che hanno votato Trump sono cresciute in America, è l'America ad averle cresciute così.
E oggi in ogni paese stiamo educando e crescendo le generazioni di adulti che domani voteranno le scelte del nostro futuro. Quanto investiamo in istruzione? Quanto in civiltà? Quanto nel dare oggi immagini, ispirazioni, messaggi diversi da quelle che ci hanno portato fin qui?Quanto investiamo su quel che accadrá tra 20 anni?Questo sguardo ossessivo sul presente, sul subito, ci condanna ad eterne delusioni”.

Sono riflessioni importanti perché a votare sono stati i cittadini americani, i figli e le figlie di quel Paese, cresciuti in quel contesto e non ci si può ora trincerare dietro l’idea che sarebbe meglio non dare il diritto di voto “a certa gente”, un’idea mostruosa anche solo da concepire e che pure qualche illuminato giornalista italiano ha espresso, ma chiedersi di quali premesse abbia bisogno la democrazia per vivere.La prima di queste premesse, per me, è l’educazione al bene, al bene dell’altro insieme e al mio, come diceva don Milani “Ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne tutti insieme è politica. Sortirne da soli è avarizia”.

Ecco, il rischio quando non si scopre che il problema degli altri “è uguale al mio” è proprio quello di cercare soluzioni che possano far stare meglio me escludendo gli altri, anzi possibilmente cancellandoli: immigrati, minoranze, … Ma un presidente deve governare il suo paese, non andare dietro alle sue paure e il Paese che uscirà da un governo del genere difficilmente sarà un bel posto in cui vivere.

Paola Lazzarini 

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